Se ti viene un colpo… corri che ti passa !
Interessante l’intervento di Carlo De Benedetti su Il Sole 24 Ore di sabato 14 marzo, in cui sostiene – in totale sintonia con l’appello, l’ennesimo, del Presidente del Consiglio ai cittadini perchè riprendano fiducia – l’assoluta priorità della lotta alla deflazione rispetto a quella all’inflazione, che invece molti sembra continuino a ritenere il nemico da battere.
L’imprenditore ricorda che la vera svolta della politica roosveltiana ebbe luogo nel 1933 con l’aumento del prezzo dell’oro, che portò alla svalutazione del dollaro e di conseguenza ad un aumento dei prezzi al consumo. Da qui iniziò la ripresa economica post-Depressione degli anni ‘30.
Programmare l’inflazione
Stessa politica dovrebbe, secondo De Benedetti, venire attuata ai giorni nostri, perchè non c’è niente di peggio delle aspettative di prezzi in continuo calo per bloccare i consumi: pericolo grave da evitare a tutti i costi, puntando piuttosto ad una sorta di inflazione programmata di almeno il 2 o 3%, senza scendere al di sotto.
Ci sarebbe, è vero, il rischio contrario di una crescita impetuosa dei prezzi, di gran lunga preferibile tuttavia ad una lenta agonìa stile Giappone degli anni 90.
E’ una posizione coraggiosa, e del tutto condivisibile.
La terapìa d’urto
E’ un po’ ciò che capita ai reduci da un infarto: le moderne terapie stimolano coloro che vengono colpiti da tale sindrome a riprendere il più velocemente possibile un’attività fisica, seppure di moderata intensità, per stimolare il muscolo cardiaco a riprendere la sua marcia regolare, anche a rischio di ricadute o di esiti ancora più infausti, che però non avvengono quasi mai.
L’immobilità sarebbe invece quanto mai perniciosa, perchè secondo questa scuola ormai affermata, non darebbe modo all’organo malato di rinforzarsi.
Riprendendo l’analogìa sul terreno economico, lo shock determinato dalla pesante caduta dell’attività produttiva può essere combattuto costringendo in sostanza il cavallo a bere.
Da un’azione forzata sui consumi, deriverebbero chiaramente conseguenze diverse a seconda dei diversi soggetti economici interessati: chi percepisce un reddito fisso, come dipendenti e pensionati, sarebbe chiaramente sfavorito perchè a parità di entrate vedrebbe ridursi sempre di più la quantità di beni da poter acquistare per vivere.
Il contrario accadrebbe per chi deve ripagare i debiti, perchè lo potrebbe fare con moneta svalutata. Da questo punto di vista, l’inflazione è la tassa meno equa che esista.
Occhio ai risparmi sicuri
Se questo fosse quindi lo scenario, il risparmiatore come si dovrebbe comportare ?
Vista la tendenza, che abbiamo già evidenziato nell’ultimo post a proposito dei risparmiatori americani, ad accumulare – per prudenza – risorse liquide, una prospettiva di prezzi crescenti lo dovrebbe spingere a disfarsi della liquidità che non rende niente e di impieghi come i Bot che gli rendono oggi simil-niente (0,85% i Bot a un anno), prendendosi qualche rischio in più con le azioni o maggiori impegni con gli immobili, tradizionale rifugio anti-inflativo.
E per la parte obbligazionaria, tornare a guardare a cedole e reddito variabile, proteggendosi con i cosiddetti prodotti (fondi od obbligazioni) inflation linked, cioè collegati al tasso d’inflazione.
Poche attenzioni, ma che possono salvaguardare il capitale accantonato.
Peccato che oggi le banche – tanto per cambiare – diano tutt’altri consigli: tenere la liquidità, perchè non si sa mai, e per una parte non piccola dei propri risparmi sottoscrivere le loro obbligazioni, naturalmente, vendute come sicure.
Alla faccia di quanto successo finora e del conflitto d’interesse.
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17 marzo 2009 alle 17:29
certo è che se le banche non ricevono sottoscrizioni delle loro obbligazioni che soldi devono prestare all’economia? che fanno li stampano? Mica vanno a dare i mutui con la liquidità del cc o con i bot….!?!
rendiamoci conto che tutti devono fare la loro parte per uscire dalla crisi, compresi i risparmiatori che, se sottoscrivono i bot, tolgono stabilità alla raccolta delle banche che non possono concedere prestiti in aggiunta a quelli che hanno in essere.
Ovvio che potrebbero copiare gli strumenti che sono sul mercato per poter allargare la gamma di prototti offerti.
17 marzo 2009 alle 18:08
Appunto.Potrebbero, se lo volessero.
Inoltre potrebbero spiegare chiaramente a che cosa servono le loro obbligazioni,senza spacciarle per i migliori prodotti di risparmio sul mercato…
17 marzo 2009 alle 18:57
Uscire da questa situazione di deflazione e di sfiducia nel mercato “azionario ed obbligaz.rio” è più semplice di quanto si pensi secondo il mio punto di vista , specialmente in Italia.
Se si ha paura che tutti si tengano un mare di liquidità in portafoglio oltre la reale necessità la politica da seguire è molto semplice ribaltare e stravolgere completamente la tassazione sugli investimenti !
Mi spiego : attualmente i conto correnti e depositi sono tassati al 27% contro il 12,50% dei titoli di stato e del 12,50% sul capital gain , sui dividendi c’è una cedolare oppure si può dichiarare nella denuncia dei redditi con una ecc.ra
La tassazzione della liquidita’ e degli investimenti a breve termine cioè entro i diciotto mesi andrebbe mantenuta elevata , mentre dai diciotto mesi in su le aliquote andrebbero uniformate per categorie di investimenti e progressivamente diminuite in funzione della durata di detenzione dell’investimento in portafoglio , immaginate cioè una serie di curve di tassazione decrescente in funzione della durata di detenzione dell’investimento da parte di ogni singolo individuo od istituzione, in modo da favori in modo deciso chi detiene la forma di risparmio prescelta per più di 10 anni.
In questo modo si stimolerebbero gli investimenti e si stabilizzerebbero i mercati e si disincentiverebbe la speculazione!!
18 marzo 2009 alle 09:12
Sì, Roberto, condivido, quella della tassazione è una eccellente strada per avvicinare la gente al concetto di rischio in modo meno ansioso e più razionale.
Grazie dello spunto.